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Un Luzzati Per Gaza

Quando il Presepe non è più immagine ma un attrito tra verità e tensione, tra copia e originale


Riflessione di Michele di Erre su un articolo e performance con Andrea Roccioletti


Torino, Giardini Sambuy, dicembre 2025. 


In un tempo dell’arte che sembra spesso anestetizzato dalla ripetizione sterile delle stesse forme rituali, l’installazione-performance Non si parla delle persone assenti emerge come un punto di rottura epistemico: non un manifesto, non una spiegazione, ma una frattura nell’orizzonte simbolico del tradizionale presepe di Luzzati.

La critica proposta da Andrea Roccioletti non è accademica né didascalica: è un dispositivo poetico e semantico che mette in scacco il “codice” del presepe come software legacy, un sistema simbolico che gira ogni anno lo stesso loop di significati pacificati e consolatori. L’intervento non si limita a riprodurre soggetti, ma altera il flow stesso della rappresentazione rituale, inserendo tra le figure canoniche la figura di una bambina di Gaza, non come metafora ma come corpo situato, come presenza che disallinea la grammatica visiva e morale del dispositivo natalizio.


Dal simulacro alla verità: tra copia e disegno


Nel presepe, ogni figura può essere considerata una copia: una replicazione di un modello archetipico che rassicura lo sguardo spettatoriale. Ma l’atto performativo introduce una frattura: non si tratta di aggiungere un disegno, una variazione stilistica, o una reinterpretazione estetica. Qui la distinzione tra copia e disegno si radicalizza. La copia, nel senso classico, è reiterazione; il disegno è atto di invenzione. Inserire un corpo emergente, non canonizzato, come quello della bambina, e consegnarlo all’esperienza sensibile di chi osserva, non è semplicemente un “disegno” ma un atto di legittimazione dell’inedito, una sovversione dell’ordine simbolico consolidato.

La tradizione, concepita come macchina di consenso, non è neutra: è un sistema di memoria normativa che opera per esclusioni e omissioni. In questo senso, ciò che appare “vero” nel presepe non è altro che una costruzione: verità rituale che rassicura. La “falsità” che ne deriva è tanto più inquietante quanto più si avvicina a una verosimiglianza compiacente, ed è qui che l’azione performativa produce attrito. Non un falso spettacolo, non una replica provocatoria, ma un rivelatore di omissioni, di quella porzione di realtà sistematicamente rimossa dallo sguardo collettivo.


Hacking, diritto d’autore e nocciolo simbolico


L’utilizzo della metafora dell’hacking non è gratuito: in termini tecnici è un inserimento non autorizzato di codice in un sistema chiuso. Ma ciò che è hackerato non è soltanto l’immagine del presepe, bensì la sua pretesa di totalità simbolica. In questa prospettiva, il gesto non è vandalico, né educativo: è interruzione di flusso, un bug etico che costringe a interrogarsi su cosa la cultura visiva occidentale decide di includere o escludere dalla propria narrazione.

Si tratta di mettere in discussione il diritto d’autore non come diritto legale fine a sé stesso, ma come diritto simbolico: chi definisce “proprietario” di un’immagine che è diventata rito condiviso? È possibile che il controllo sulle immagini rituali sia la forma più raffinata di censura, perché agisce prima dei significati, sulle condizioni stesse della visibilità?

Da quando mi e' stato proposto di generare un nuovo personaggio per il presepe di Luzzati, con il suo stile, che si camuffasse come fosse un ninja nel gruppo ormai storico dei personaggi natalizi, ho pensato a lungo se reclamare paternita' dell'opera. Beh' oggi non mi vergogno nel dire che io c'ero quando naque quel dissenzo puro, quell'atto artistico che silenziosamente gridava "aprite gli occhi! Io sono qui!"

Qui sotto alcuni scatti inediti di quell'atto.


Corpo, performance e il confine tra idea e gesto


L’articolo originale ribadisce con forza che non è stata un’idea ad entrare nel presepe, ma corpi: corpi che si muovono, valutano tempi, sguardi e rischi. Questo spostamento dal piano simbolico a quello incarnato è cruciale: l’azione performativa non rimane astratta, ma è un fatto, un evento che accade nel tessuto urbano e psicologico della città.


Conclusione ambigua: tra chi guarda e chi opera


Quando riflettiamo su Non si parla delle persone assenti, ci confrontiamo con una domanda centrale: cos’è visibile? Chi decide cosa merita di essere “copiato” e cosa deve restare fuori dal disegno culturale collettivo? L’opera stessa, o quello che comunemente chiamiamo “opera”, si rivela essere un campo di forze, un luogo di attrito dove il vero e il falso, il disegno e la copia, l’idea e il gesto si confondono e si rinforzano.


E se, alla fine, quell’atto che ha interrotto il codice del presepe non fosse solo un’esperienza estetica ma anche la mia stessa impronta corporea e simbolica su quel territorio immaginario? Non un’autocitazione, né una confessione, ma un’eco, sottile, evasiva, che attraversa queste righe e lascia aperta la domanda: quando parliamo di arte, parliamo davvero di chi guarda… o di chi agisce?


Bibliografia web


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© Michele di Erre Art
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Grazie per essere arrivatə fin qui sei chiaramente una persona curiosa.
Restiamo ispirati, un po’ strani e piacevolmente disorientati insieme.

Sinceramente Michele

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